L'Eredità spirituale della vecchia Europa e il Passaggio alla nuova generazione



Giornalismo e storie
Leggere i quotidiani italiani comunica giorno dopo giorno una tensione crescente, un'impressione disperata di rotta imminente, come la minaccia incombente di una irrecuperabile, definitiva sconfitta. Il giornalismo italiano ha assunto ormai da qualche anno, è vero, un tono millenaristico: non c’è una concreta differenza fra testate facenti capo a destre o sinistre. Il problema, se è un problema, è molto più generalizzato e coinvolge l’impostazione stessa della prassi giornalistica: coinvolge il modo in cui la professione viene concepita, quindi il modo in cui il mestiere viene svolto, dall’acquisizione delle informazioni attraverso la loro elaborazione fino alla pubblicazione. Non è quindi il caso di parlare di dovere di verità, di deontologia professionale. Sono balordaggini cui non credono neppure le matricole delle scuole di giornalismo.
Certamente una delle cause del mutamento è la necessità di vendere la notizia: tutti sanno che il titolo deve colpire l’attenzione, e il testo deve tenerla viva in un lettore spesso distratto, pigro, annoiato oppure bombardato da una mitraglia di altri stimoli scritturali, fotografici, iconici, fonici. Questa necessità da sola obbliga già il giornalista ad alzare il registro della sua scrittura. A ciò si aggiunge che egli non sempre ha il controllo dello strumento: sovente dunque si aiuterà con gli automatismi del mestiere, che consistono in sintagmi o perfino intere strutture discorsive apprese mediante replica e iterazione; per non parlare poi dei sinonimi e meno ancora delle antonomasie che divengono vere e proprie etichette, secondi nomi, per la gloria di chi per primo le ha eiettate allo scopo di non infrangere la regola secondo la quale la ripetizione è peccato mortale. Inoltre non sempre il giornalista ha informazioni di prima mano o idee chiare, e qui il tono millenaristico aiuterà a infondere energia a una generica penuria di buone informazioni o di buone opinioni. Chi ha anche solo una singola esperienza del lavoro di una redazione sa che fra gli esercizi più istruttivi del giornalista c’è la riscrittura dei comunicati provenienti dalle agenzie di stampa, e che riscrivere non significa altro che introdurre elementi capaci di muovere l’animo del lettore.
Di fronte a ciò il dovere professionale ha già fatto un grande scivolone nel fango: qui non ci siamo neppure avvicinati alle censure della testata, ai doveri di fedeltà verso il capitale che finanzia il giornale (azionisti o pubblicità), al rapporto col redattore capo, al rispetto della moralità pubblica, ovvero a tutti quei problemi che rimandano appunto alla deontologia professionale. Molti giornalisti scambiano questa generica imprecisione per semplicità, semplicità in cui essi scorgono una virtù, anzi la virtù del vero scrittore.
Queste due mancanze del giornalismo contemporaneo, semplicità e pateticità, producono una rottura insanabile con la riflessione e a fortiori con la professione storica. Infatti come una singola coscienza interpreta la realtà circostante e istante dopo istante costruisce la propria storia in una sintesi continua, arricchita e complicata ad ogni nuova percezione; così il giornalista ha il dovere di elaborare di continuo una teoria del presente, di interpretare i fatti che recensisce dentro una struttura più ampia, sempre aperta, modificabile in conseguenza dell’apparire di nuovi elementi o dell’accadere di nuovi fatti. E come una singola coscienza, terminato il momento della ritenzione, si guarda dentro e ripresentandole riordina percezioni passate in una nuova interpretazione; così lo storico elaborerà ciò che fu cronaca, trascegliendo solo i fatti che, alla luce del tempo, si sono mostrati incisivi e determinanti. E in questa operazione il lavoro ermeneutico del giornalista costituisce per lo storico un livello importantissimo di ri-lettura ravvicinata dei fatti.
Gli storici del futuro invece riceveranno molto poco dalla nostra cronaca e dai nostri giornalisti per capire chi sono i responsabili del declino sociale, politico ed economico dell’Italia, sebbene, viste da una certa distanza, anche le scaramucce del potere assumano ben altri e più coerenti significati.
Perché la domanda che tutti dovrebbero porsi seriamente è proprio questa: chi sono i responsabili?










Ma non è tutto. Infatti Tilman Greenfield (questo il suo nome britannico) benché ascoltasse Mozart e Chopin, al sabato sera, per colmare il vuoto lasciatogli dalle partiture dei grandi maestri, faceva il butta in una discoteca di periferia. Non si direbbe, ma era un vero picchiatore. Sai come si dice, pikkoletto e inkazzato.