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lunedì, 24 marzo 2008



La Habana


Un breve passaggio a Cuba ha aperto un mondo nuovo alla nostra coscienza. La digestione si vede già lunga, laboriosa, metagrabolizzante. Bene così, ovviamente. In una società formalmente semplificata e organizzata dall'alto le contraddizioni appaiono perspicuamente. E volere dirle tutte non è opera che si addice all'autore di questo blog, almeno non ora. Naturalmente Cuba non è solo morenas, biancaneve, mojito, salsa e mare tropicale; e nemmeno solo rivoluzione, Fidel, Che, Camilo, Raul, Gomez, Antonio Maceo e Jose Martì; e nemmeno solo gente che desidera salir de esta isla, che lotta per la comida, per una camicia D&G bianca lucente; neppure solo tabacos, arroz y frijoles e ron. Cuba è anche uno stato dove per tenere in piedi una situazione in crisi ventennale circolano due conii, dove i cubani pur non potendo fare molte cose permesse agli stranieri hanno un cuore immenso, dove la violenza è disprezzata da quasi tutti, dove si parla ancora di cultura come di una cosa nobile e capace di cambiare il mondo, dove la propaganda è manifesta, dove si lavora per tutti prima, e per sé stessi dopo, dove la pioggia arriva all'improvviso e ugualmente se ne va, dove molte case non hanno tetto, dove non c'è evasione: bisogna restare e lottare, ogni giorno.
Siamo impazziti, a La Habana. Siamo rinsaviti. In piena ebbrezza zuccherina di ron ho baciato sconosciuti come fratelli: non mi era mai successo.
Gli atti della vecchia rivoluzione sono ormai mitologia: di tutto ciò non restano che nomi e monumenti.
Viva Che! Viva Camilo!
Potere a Raul. Chiedete ai cubani cosa ne pensano: io statisticamente sono al punto di partenza e del mio cuore non mi posso più fidare.
E naturalmente "i fagioli non posso più mangiare".
Ma se mi fosse concesso, tornerei domani.
Domani stesso.
postato da: terumo alle ore 22:38 | link | commenti (3)
categorie: america, politica, europa
venerdì, 16 novembre 2007



#####Cecilia#dolce#nel#letto#####
#riposa#serena#aspettando#domani#
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######il#futuro#ci#è#amico#######
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###Margot#nascosta#in#un#lapis###
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##Sergio#porta#impagabili#nuove##
[sparo#speed#in#bourrée#e#sbarbo]
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##########Un#calabrese###########
#########mi#offre#lavoro#########
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####Allemanda#fluente#di#birra###
#scoppiare#di#bottiglie#stappate#
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#Simone#dorme#in#furga#coi#cani##
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######Tutta#la#notte#in#casa#####
#####con#i#più#cari#al#cuore#####
##iniettandomi#à#suivre#cocaina##
#####nelle#vene#delle#braccia####
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###siringhe#siringhe#siringhe####
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###############sala##############
##############degli##############
#############specchi#############
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###############si################
##############esce###############
###############da################
##############sotto##############
postato da: terumo alle ore 03:48 | link | commenti (3)
categorie: politica
venerdì, 09 novembre 2007



Treni ad Ostkreutz


E' mattina molto presto, l'ora in cui i treni cominciano a trafficare sui binari della Ring. Giungono placidi e pesanti, rollando; si arrestano un minuto e ripartono dalla stazione di Ostkreutz. La vecchia Ost-Berlin, perduta dalla storia, respira ancora nella pioggerella penetrante di questo rigido autunno settentrionale. Berlino riempie ancora dei gelidi venti di Siberia i suoi polmoni di metallo. Da questo appartamento al primo piano appena discosto dalle grandi aperture del Treptow Park, che prelude alle grandi campagne prussiane, si può sentire l'alito della Sprea che trascina l'inverno nel suo letto, con la calma di una infallibile sicurezza. Dalle finestre si vede anche la vecchia torre della stazione della S-Bahn, che presto verrà probabilmente abbattuta in nome di una ergonomica modernità senza gusto. Ost-Berlin sta scomparendo, vinta della storia.
Siamo forse in tempi di nascenti gelosie nazionalistiche e territoriali? Sicuramente siamo in tempi di revisione. Il comunismo ha perduto tutte le sue battaglie materiali, ed ora sta perdendo anche la sua più importante (perché immortale) battaglia ideologica. Il revisionismo attuale ha il rassicurante e molto pratico aspetto di una soluzione interpretativa semplice e definitiva. In questo è imbattibile, e in questa soluzione vincente, una volta di più, gli ideali pacifisti, comunitari e progressisti del comunismo vengono battuti dalla storia. La storia infatti ci ha convinti che l'uomo non è una creatura nobile, bensì egoistica e potenzialmente violenta. Il comunismo pretende un uomo migliore di quello delineato dalla storia dei vincitori, e dunque, questo va ammesso in via generale, non può esistere.
Il sistema attuale, cui l'Europa tutta sta dedicandosi, sembrava potere incanalare gli istinti egoistici dentro una struttura apparentemente virtuosa. Ma chi vede oltre il proprio giardino sa ormai che questa, se inizialmente ha illuso qualcheduno, è divenuta una menzogna sfruttata ad arte. Il sistema attuale renderà l'umano ancora più egoista, meschino, ristretto. Ciò avviene quotidianamente sotto gli occhi di ciascuno, e lo testimoniano gli interessi della stampa, della politica, dell'economia tutta. E' pleonastico dire che dove il denaro assume un valore simbolico crescente, là si troveranno sempre gli uomini più meschini, corrotti, ingiusti, inaffidabili. Inutile dire che dove non esiste condivisione non si potrà mai avere un miglioramento del rapporto tra esseri umani, ma anzi una progressiva chiusura, un implacabile disinteresse, una indifferenza che presto e facilmente diviene paura, e poi odio, e infine violenza.
Le libertà civili dei borghesi di due secoli fa sono diventate l'unica possibilità storica di socialità. Una apparente libertà, una libertà formale, nasconde in realtà tutto il moltplice dell'indigenza, dell'ignoranza forzata, della chiusura d'orizzonte. Ciascuno è apparentemente libero di condurre il gioco difficile della propria fortuna, del proprio successo; eppure non lo è che in un orizzonte ristrettissimo di possibilità, dettate principalmente dal caso o agguantate spesso con freddo calcolo, in un gioco di concorrenza spietata che non lascia speranza a chi non vuole estrarre gli artigli. Il mutuo soccorso è una favola per bambini ormai; l'altro diviene giorno dopo giorno l'ostacolo scandaloso nella corsa verso il successo, che non significa che una cosa soltanto: denaro. Il denaro come status, come simbolo, come possibilità, come libertà, e infine il denaro come scopo ultimo.
Tutto ciò è banale e noto a tutti da molto tempo ormai. Su questo fatto si scrivono saggi, romanzi, si girano pellicole che entrano nella testa delle persone senza lasciare tracce apparenti. Perché non sembra esserci più alternativa. L'uomo, dimentico del passato, dimentico dell'ideale, dimentico di Dio, ha perso la capacità di inventarsi nuovi percorsi. Solo un grande male potrà costringere l'uomo a guardare l'altro negli occhi per una volta, senza per questo volerlo sfidare o scopare. E stiamo certi che presto o tardi questo male arriverà. Nella forma meno attesa, quella contro cui le esperienze precedenti registrate dalla storia non serviranno a nulla. Sarà una completa novità, e sarà dolorosissimo.

In realtà volevo parlare di anarchismo. Ma sono così disabituato a scrivere che quando comincio mi prende la mano, e vado subito fuori dai binari.

Intanto si fa mattina e i treni, a Ostkreutz, continuano a rollare placidamente sotto la scura ed umida volta autunnale, come probabilmente facevano trent'anni fa. Come se nulla fosse mai accaduto.
postato da: terumo alle ore 05:01 | link | commenti (3)
categorie: droga
sabato, 27 ottobre 2007

Giornalismo e storie


Leggere i quotidiani italiani comunica giorno dopo giorno una tensione crescente, un'impressione disperata di rotta imminente, come la minaccia incombente di una irrecuperabile, definitiva sconfitta. Il giornalismo italiano ha assunto ormai da qualche anno, è vero, un tono millenaristico: non c’è una concreta differenza fra testate facenti capo a destre o sinistre. Il problema, se è un problema, è molto più generalizzato e coinvolge l’impostazione stessa della prassi giornalistica: coinvolge il modo in cui la professione viene concepita, quindi il modo in cui il mestiere viene svolto, dall’acquisizione delle informazioni attraverso la loro elaborazione fino alla pubblicazione. Non è quindi il caso di parlare di dovere di verità, di deontologia professionale. Sono balordaggini cui non credono neppure le matricole delle scuole di giornalismo.

Certamente una delle cause del mutamento è la necessità di vendere la notizia: tutti sanno che il titolo deve colpire l’attenzione, e il testo deve tenerla viva in un lettore spesso distratto, pigro, annoiato oppure bombardato da una mitraglia di altri stimoli scritturali, fotografici, iconici, fonici. Questa necessità da sola obbliga già il giornalista ad alzare il registro della sua scrittura. A ciò si aggiunge che egli non sempre ha il controllo dello strumento: sovente dunque si aiuterà con gli automatismi del mestiere, che consistono in sintagmi o perfino intere strutture discorsive apprese mediante replica e iterazione; per non parlare poi dei sinonimi e meno ancora delle antonomasie che divengono vere e proprie etichette, secondi nomi, per la gloria di chi per primo le ha eiettate allo scopo di non infrangere la regola secondo la quale la ripetizione è peccato mortale. Inoltre non sempre il giornalista ha informazioni di prima mano o idee chiare, e qui il tono millenaristico aiuterà a  infondere energia a una generica penuria di buone informazioni o di buone opinioni. Chi ha anche solo una singola esperienza del lavoro di una redazione sa che fra gli esercizi più istruttivi del giornalista c’è la riscrittura dei comunicati provenienti dalle agenzie di stampa, e che riscrivere non significa altro che introdurre elementi capaci di muovere l’animo del lettore.
Di fronte a ciò il dovere professionale ha già fatto un grande scivolone nel fango: qui non ci siamo neppure avvicinati alle censure della testata, ai doveri di fedeltà verso  il capitale che finanzia il giornale (azionisti o pubblicità), al rapporto col redattore capo, al rispetto della moralità pubblica, ovvero a tutti quei problemi che rimandano appunto alla deontologia professionale. Molti giornalisti scambiano questa generica imprecisione per semplicità, semplicità in cui essi scorgono una virtù, anzi la virtù del vero scrittore.

Queste due mancanze del giornalismo contemporaneo, semplicità e pateticità, producono una rottura insanabile con la riflessione e a fortiori con la professione storica. Infatti come una singola coscienza interpreta la realtà circostante e istante dopo istante costruisce la propria storia in una sintesi continua, arricchita e complicata ad ogni nuova percezione; così il giornalista ha il dovere di elaborare di continuo una teoria del presente, di interpretare i fatti che recensisce dentro una struttura più ampia, sempre aperta, modificabile in conseguenza dell’apparire di nuovi elementi o dell’accadere di nuovi fatti. E come una singola coscienza, terminato il momento della ritenzione, si guarda dentro e ripresentandole riordina percezioni passate in una nuova interpretazione; così lo storico elaborerà ciò che fu cronaca, trascegliendo solo i fatti che, alla luce del tempo, si sono mostrati incisivi e determinanti. E in questa operazione il lavoro ermeneutico del giornalista costituisce per lo storico un livello importantissimo di ri-lettura ravvicinata dei fatti.

Gli storici del futuro invece riceveranno molto poco dalla nostra cronaca e dai nostri giornalisti per capire chi sono i responsabili del declino sociale, politico ed economico dell’Italia, sebbene, viste da una certa distanza, anche le scaramucce del potere assumano ben altri e più coerenti significati.

Perché la domanda che tutti dovrebbero porsi seriamente è proprio questa: chi sono i responsabili?

postato da: terumo alle ore 04:37 | link | commenti (7)
categorie: politica, filosofia
venerdì, 05 ottobre 2007

La libertà è un concetto. Come molti altri concetti astratti ha le proprità di un sonnifero: piccole dosi hanno potere eccitante, grandi dosi possono uccidere.
La libertà, come la verità, si presta facilmente a semplificazioni ideologiche; per questo diviene un punto d'arrivo, perdendo il proprio senso intrinseco, che va ricercato solo nella quotidianità del vivere.
L'uomo è libero di scegliere: aggredire o fuggire. Ma di fronte a una minaccia che non ha scelto di incontrare, che necessariamente gli s'è fatta incontro.
Una fitta rete di relazioni, alcune aperte altre chiuse, alcune malleabili altre solide come cemento, circonda l'individuo che non è mai solo.
Libertà, verità, individuo. Questo sente ogni essere umano nel cuore. In ciò l'uomo vuole essere dio.

Ma è nella volontà che ciascuno perde se stesso. Con il buon aiuto dell'idea di libertà.

Ubbidire a una volontà che dentro la rete universale dell'esistenza si decide per il rispetto, dentro l'orizzonte limitato delle conoscenze. Questo, per non perdersi nel radicalismo o nella placida acquiescenza.
Volontà e rispetto necessitano di una creatività continua, di una originalità mai stanca, di una sintesi interminabile del mondo. Solo il rispetto può ricostituire un vero tessuto interpersonale.

L'uomo non è buono ed amarlo è difficile. In questo la libertà aiuta a dimenticarsi dell'altro e a tenere in considerazione solo l'individuo. Quale migliore soluzione, univoca e sicura, alla molteplicità dell'esistere! Quale migliore strumento per i poteri coercitivi!

La libertà non sembra possibile, ma se deve esistere, dovrebbe essere strumento della volontà. La scelta dovrebbe portare al rispetto. Ma la scelta non è mai libera. Un passato troppo denso incombe continuamente su un presente troppo etereo. Una troppo pesante cappa di usanze e di volontà estranee paralizzano l'individuo, tanto più se egli s'illude di essere libero.

La libertà è un abisso, che l'uomo può attraversare in perenne incertezza soltanto procedendo sul ponte del rispetto.
postato da: terumo alle ore 10:44 | link | commenti (5)
categorie: filosofia
venerdì, 20 aprile 2007

Per approfittare della nuova repentina mutazione, Tilman Grünefeld divenne The Cooldude e si spacciò per un noto MC di New York. Insomma, divenne un B-boy. Fu allora che cominciò la sua carriera di rapper, e io potei seguire tutta la parabola seduto su una confortevole poltroncina del parterre. Tutto sembrava muoversi e ribollire nel mio amico, ma alcune cose rimasero sempre identiche, come ai vecchi tempo di Liverpool. Era un rapper, sì, ma restava sempre il vecchio incorreggibile Tilman Greenfield.



Un uomo capace di mutare volto e forma un anno dopo l'altro. Tilman è un mio amico e io sono fiero di lui. Ora che il rap è in netto declino, e che i tedeschi hanno finalmente imparato a farselo da soli, Tilman sembra inventarsi di nuovo. La sua mente si fa ogni giorno più penetrante, e il suo sguardo... mio dio, il suo sguardo, quando ti si punta addosso, sembra frugarti nei più segreti recessi dell'anima. Le donne lo temono, ammettono di sentirsi nude, completamente nude, di fronte a lui. Una cara amica mi ha detto di avere sentito il piacere della penetrazione e di essersi bagnata solo guardandolo dritto negli occhi per due o tre secondi. Sì, Tilman sta cambiando di nuovo. Ieri gli ho scattato una fotografia, tanto per provare il mio nuovo obiettivo da 105 millimetri. Non capisco bene cosa, ma in quella foto c'è qualcosa di strano, qualche cosa di inquietante ed enigmatico. Cosa starà avvenendo in quella mente inarrestabile e magmatica?



Ecco dunque chi è Tilman. A dire il vero non so dire nemmeno io cosa egli sia: sono anzi certo che il futuro ci riserva nuove e inattese avventure.
postato da: terumo alle ore 04:54 | link | commenti (6)
categorie:
lunedì, 16 aprile 2007

Ormai aveva anche cambiato nome e nazionalità. L'Inghilterra era lontana e Tilman si adattava vieppiù ogni giorno al clima del continente. In questo modo, dopo avere svernato nello schwarzes Wald, i vagabondi giunsero a Belrino in primavera. E' allora che ho conosciuto Tilman, reduce da un difficile inverno bavarese.



Quel giorno gli feci anche la foto, ormai diventata famosa, che mandò alla sua famiglia per dimostrare di essere in salute, vivo e felice, dopo un lungo peregrinare attraverso il cuore dell'antica e nobile Europa. Fu anche il momento in cui decise di salutare i figli dei fiori e il loro fedelissimo furgoncino, per tornare alla vita borghese.



Ma era successo un fatto insolito. Per la prima volta dalla crisi psichiatrica Tilman tornava a mentire. Segno che qualcosa stava nuovamente cambiando nella sua mente devastata dagli allucinogeni. E di lì a poco cominciò a mutare anche il colore della sua pelle.
postato da: terumo alle ore 01:49 | link | commenti (1)
categorie: europa, giovani, grünefeld
venerdì, 06 aprile 2007

Tilman Greenfield fuggì in Europa con un gruppo di hippies adolescenti, a bordo di un furgone scassatissimo su cui i ragazzi erano soliti fare orge gigantesche. Qui lo puoi vedere durante una sosta nella periferia di Marsiglia, mentre aspetta i suoi compagni di viaggio, alcuni dei quali sono andati a cacare in un canaletto che prende acqua direttamente dal mare, mentre altri approfittavano dell'occasione per cercare una gomma di ricambio in una discarica nelle vicinanze.



La cosa più curiosa è che essi gli fecero credere dapprima di essere la reincarnazione dell'equipaggio dell'Enterprise, mentre lui non era altri che il capitano della nave, Jean-Luc Picard. Erano dei giovani scriteriati, e non avevano compreso quanto Tilman fosse immerso nelle sue credenze. Tutto cominciò con uno scherzo, una di quelle battute che si dicono per riempire il tempo, quando si percorre una monotona autostrada sotto l'effetto della marijuana. Ma egli credette a tutto, e cominciò a parlare e a comportarsi proprio come il coraggioso capitano dell'intrepida astronave. Si sentiva anche molto saggio, e teneva le labbra perennemente atteggiate a un pacato ma profondo sorriso di riflessione e comprensione.



Tutto questo era divertente per loro, fino a quando i soldi del viaggio non finirono, e i ragazzi dovettero trovare un modo per raccimolare qualche spicciolo ogni giorno, per svernare. Si trovavano infatti disgraziatamete bloccati senza benzina in un paesino sulle gelide montagne nei dintorni di Monaco di Baviera. Fu così che cominciarono a raccontargli che lui non era Picard, bensì il vulcaniano Spock. E gli dissero anche che un vulcaniano si riconosce dal fatto che riesce a stare perfettamente immobile in qualunque luogo per almeno sei ore, immerso nelle sue profondissime riflessioni. A queste nuove informazioni Tilman reagì con una vera e propria mutazione, la prima di una serie forse non ancora conclusa.



Tilman mutava e i suoi amici lo lasciavano ogni mattina alle 7.30 nella piazza del paese, e se ne andavano in qualche accogliente birreria a bere Weisshefe Bier e a mangiare Pretzel con il denaro che, all'oscuro di tutto, Tilman "Spock" Grünefeld guadagnava.

postato da: terumo alle ore 18:38 | link | commenti (4)
categorie: europa, giovani, grünefeld
martedì, 03 aprile 2007

Nonostante i suoi problemi psicologici Tilman Greenfield era adorato dalle donne. E lui adorava loro. Perciò girava sempre senza underwear e con i bluejueans un poco slacciati, per permettere al suo cobra di slanciarsi nella spasimante che si fosse avvicinata troppo per osservarlo meglio o per fare domande. Era comunque fidanzato con una vicina di casa, che non lo lasciava stare in nessun modo e tentava continuamente di infilargli nella patta la sua sensuale bocca.



In quegli anni, per sopportare lo stress dei ritmi di un doppio lavoro e di molto sesso (che per lui era una sorta di terzo lavoro), Tilman assumeva anche molteplici stupefacenti. Una notte gli offrirono dei funghi un po' rancidi ed egli li mangiò. Credette che il sapore di carne decomposta fosse una caratteristica delle psilocibe, e continuò a ingoiare. Ma questa illusione gli fu fatale. Da quel giorno Tilman partì per un viaggio senza ritorno nel mondo dei pensieri incoerenti e dell'inconscio selvaggio. Pare che il suo destino fosse proprio di affrontare quell'inconscio da cui il suo super-ego lo aveva sempre difeso premurosamente.




E da allora Mr. Greenfield svanì nel nulla. Non si ebbe più, del giovane impiegato, alcuna notizia. Molti dissero che era partito per Goa; altri giuravano di averlo visto chiedere l'elemosina a Londra, seduto sulle scale della metropolitana, con un cane, una chitarra e una bottiglia di gin; qualcuno invece sussurrava di avere ricevuto da fonti affidabili la notizia che Greenfield era rinchiuso in una casa di cura per malati mentali nel Sussex. In realtà le voci si rincorrevano senza fondamenti sicuri. Io che sono suo amico invece conosco bene la verità. E la voglio raccontare.
postato da: terumo alle ore 20:05 | link | commenti (2)
categorie: giovani, droga, grünefeld

La vera storia di Tilman Grünefeld (fu Greenfield)


Tilman da giovane viveva a Liverpool e non era altro che un umile impegatuccio, il quale tuttavia la domenica sfogava allo stadio le molteplici rimozioni dell'inconscio di cui era vittima. Vittima di una educazione repressiva, di un ambiente sociale alienato, sia in casa che a scuola. Qui lo puoi vedere al lunedì mattina di un giorno qualunque, prima di prendere il tram per andate in ufficio.



Ma non è tutto. Infatti Tilman Greenfield (questo il suo nome britannico) benché ascoltasse Mozart e Chopin, al sabato sera, per colmare il vuoto lasciatogli dalle partiture dei grandi maestri, faceva il butta in una discoteca di periferia. Non si direbbe, ma era un vero picchiatore. Sai come si dice, pikkoletto e inkazzato.



In questa foto è ritratto una domenica mattina, dopo avere rotto le costole e i nasi a una dozzina di adolescenti in gita da un collegio oxoniense. I ragazzi erano scappati attraverso il balcone dell'albergo per passare una pazza notte da brivido nelle discoteche di Liverpool, ma non avevano fatto i conti con Greenfield e i suoi molteplici refoulements.
postato da: terumo alle ore 11:44 | link | commenti (6)
categorie: grünefeld